Manicomio degli Orrori - UrbexSquad
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DIFFICOLTA'
65%

CONDIZIONI STRUTTURALI
50%

GIUDIZIO PERSONALE
80%

MANICOMIO DEGLI ORRORI:

Era una notte buia e tempestosa e… no in realtà era una bellissima giornata estiva, con sole, caldo e tonnellate di zanzare fameliche. La storia che vi andiamo a raccontare però, parla inevitabilmente di dolore e sofferenze, come spesso accade quando si affronta il tema degli ex ospedali psichiatrici.

È una terra oscura, ma è parte della storia del nostro Paese, ed è più vicina nel tempo di quanto di possa immaginare. Siamo entrati in uno dei manicomi meglio conservati e a più altro impatto emotivo di tutta Italia, ribattezzato da noi come Manicomio degli Orrori, una struttura che ha chiuso i battenti dopo la legge Basaglia del 1978, ed è stato definitivamente abbandonato nel 1999 dopo decenni di graduale svuotamento e dimissioni dei pazienti ricoverati.

L’edificio principale di tutto il complesso sanitario fu costruito tra il 1786 e il 1829 e nacque in origine come ospedale di carità e delle opere pie, e poi trasformato in collegio per i figli degli ex militari. È una struttura veramente imponente composta di tre piani e si estende per una superficie di circa diecimila metri quadrati, con annessi cortili interni. Data la sua posizione centrale, nel 1871 questo edificio fu scelto dall’Amministrazione provinciale come sede del manicomio e il vecchio collegio venne riconvertito per ospitare pazienti psichiatrici. Ma non solo, perché oltre a questo venivano anche svolti studi di neurochirurgia, con una sala operatoria e strumentazioni mediche dedicate. Una delle teorie di un dottore dell’epoca, direttore della struttura, era che la malattia mentale derivasse da una sproporzione tra volume del cervello e cranio, e perciò si sperimentavano brutali interventi per l’allargamento del cranio in funzione di guarigione dei malati.

Oltre all’edificio storico principale, che era diviso in reparti per uomini e reparti per donne, l’intera struttura si ampliò in diversi padiglioni esterni all’interno del parco che lo circondava, e che noi abbiamo visitato nel modo più completo possibile. C’era il padiglione per “uomini tranquilli”, il padiglione per “donne tranquille”, il padiglione con le celle di contenzione per i pazienti definiti “più acuti”; una colonia agricola usata come attività lavorativa per i ricoverati (ergoterapia), un laboratorio di ricerche cliniche, uno di anatomia patologica, uno di radiologia, elettroterapia. Poi c’erano le cucine, la panetteria, la casa delle suore, la centrale di riscaldamento e altri piccoli edifici di contorno. C’era di tutto insomma, un piccolo universo racchiuso dentro ad un bellissimo parco alberato, tant’è che venne soprannominato la “fabbrica delle idee”.

Ci lavoravano all’incirca 500 persone, tra medici, infermieri, impiegati, addetti alla manutenzione e vari servizi, e il picco massimo di pazienti ricoverati si ebbe tra gli anni ’60 e gli anni ’70 del secolo scorso con 1500 internati.

Abbiamo visitato gran parte della struttura, passandoci dentro praticamente un’intera giornata, alla scoperta anche di padiglioni difficilmente accessibili e rimasti nascosti e dimenticati da molti anni.

L’edificio principale, quello più antico, è chiaramente il più interessante, anche se purtroppo è quello peggio conservato e i segni di cedimento sia esterni che interni sono molti e molto chiaramente visibili, infatti salire nei piani superiori comporta molta attenzione e prudenza, anche se chiaramente tutto il rischio è ripagato da ciò che è rimasto all’interno della struttura, architettura compresa.

Da questi posti abbandonati non si esce mai come si è entrati, e dentro rimane sempre quel senso di turbamento che martella lo stomaco e la mente. Urbex è anche questo.

 

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