Palazzo Torti - UrbexSquad
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DIFFICOLTA'
20%

CONDIZIONI STRUTTURALI
40%

GIUDIZIO PERSONALE
60%

 

ESPERIENZA:

 

Faceva caldo. Cristo se picchiava il sole quel giorno. Il motore dell’auto si spense sfrigolando nel parcheggio davanti al solito fast food, il nostro punto di ritrovo preferito. Il sole iniziava seriamente a mostrare i suoi muscoli estivi di pieno agosto ora che si avvicinava inesorabile allo zenit.
Jerry era già lì, sprofondato nei sedili scuri del suo destriero a gasolio, puntuale come uno svizzero che prende un treno in Giappone. Colpo di clacson e si entra a mangiare. L’escursione termica dell’aria condizionata ci fa riprendere coscienza di noi stessi e ordiniamo del sudicissimo cibo tenuto insieme da delle fette di pane, ingollandolo come stessimo facendo il pieno di carburante prima di partire all’esplorazione. Divorato il panino e controllate le stelline sullo schermo dell’oroscopo dietro al bancone del café (la somma di entrambi segni ne faceva a malapena per uno buono), ci apprestiamo a partire.
La prima destinazione era chiara, no non la barista, ma chiara nel senso di limpida e ben delineata. Caricata l’attrezzatura nel bagagliaio, ci lanciamo a tutta velocità verso l’imbocco dell’autostrada e verso quella prima esplorazione della giornata, in attesa che Matt il boss venisse scarcerato dai suoi obblighi lavorativi. L’Urbex non aspetta, e chi siamo noi per essere da meno? Ma torneremo a riprenderlo se gli dèi vorranno farci il dono di poter tornare a raccontare le nostre eroiche gesta. Vento dai finestrini aperti che romba più del motore che grida a squarciagola i suoi cavalli all’autostrada indifferente, e asfalto. Tanto asfalto da percorrere ancora una volta, che ci accompagna come tenendoci per mano fin dove vogliamo arrivare. Asfalto che sembra non finire mai, che si estende a perdita d’occhio e che comunque non basterà mai a dei cuori pulsanti di avventura che non hanno barriere. Avvolti in questo caldo lenzuolo di pensieri, il malefico casello esige il nostro pegno di sangue e imprecazioni come ogni maledetta volta. Dopodiché la campagna e un cielo così terso che ti si cuoceva pure il respiro. Ovviamente, un buon esploratore tiene sempre gli occhi aperti in cerca di possibili mete interessanti, figurarsi due esploratori! E infatti un casale dalle sembianze quasi familiari ci aveva fatto subito drizzare le antenne. Incuriositi ci avviciniamo senza scendere dall’auto e dopo pochi secondi che stavamo percorrendo il perimetro sterrato del casale, un individuo slavo, col tipico accento da “spaco-botilia”, fa capolino da una finestrella grossa come un Oreo (come faceva a starci data la stazza non si sa), intimandoci dei messaggi che possono essere riassunti con due semplici frasi, ripetute a rullo e senza attinenza logico-sintattica rispetto alla pseudo-conversazione instaurata, ovvero “Dove state andando?” e “Vai piano!”. Non lasciavano via d’uscita. Era un po’ come dire: “Andatevene, ma state fermi”. Un nuvolone di polvere di dimensioni immani, impetuoso come il salto delle cascate Niagara, alzato da un’accelerata da dragster mise la parentesi finale a quell’inciso del percorso, e ci fornì anche una validissima copertura per la fuga, entrandoci fin dentro ai bronchi. Palazzo T. ci apparve dietro una serie di dolci curve, mentre ci guardava sornione da dietro dei ventagli di foglie di boscaglia selvaggia. Una delle buone abitudini durante le esplorazioni è di parcheggiare in maniera da non essere troppo visibili, ma al contempo garantire un’agile ripartenza nel caso si metta male per qualsiasi ragione. Infatti parcheggiammo esattamente di fronte, vista strada. Tanto era estate e tanto c’era un caldo che avrebbe scottato persino i piedi di Giucas Casella. L’entrata era fin troppo agevole, una bazzecola per noi, in tipico stile urbex livello rookie: rete tagliata sul retro, passo non più lungo della gamba e si era già dentro al cortile, che sarebbe stato un bell’orto se solo non fosse stato lasciato alle sorti più grame. L’erba era incolta, in parte verde, in parte oro e sfumature di ocra, alternando tratti croccanti come insalata iceberg a tratti taglienti e spinosi alti fino al torace. Uno spasso per i nostri polpacci nudi e un cenone di Capodanno per i milioni di esemplari di zanzare carogne, più assetate di un chupacabra. Crivellati in ogni dove di spine a forma di pallina di lana da ombelico e con consistenti millilitri di sangue in meno in corpo ci dirigiamo verso l’interno della struttura, che evidentemente appare subito come il guscio vuoto di ciò che era stata un tempo. La facciata in pietra, grigia e altera, trasmetteva ancora un’aria di antica possanza, ed era come guardare una fotografia da anziano di un campione di pugilato di parecchi decenni prima. All’interno, brandelli di cantiere fallito accompagnavano i nostri passi cauti e ci indicavano la via verso il cortile interno e l’accesso alle varie stanze del complesso. Il luogo in sé era abbastanza cadente, ciuffi d’erba selvatica spuntavano da ogni più piccola fessura e il tetto era rimasto l’ombra di se stesso, dopo il tentativo di riparazione probabilmente abbandonato in essere. Ma è il salone principale di piano terra che ci ha levato il respiro per qualche secondo, facendo passare in secondo piano l’afa terrificante e il prurito di fastidio per le migliaia di scritte con la bomboletta spray sui vari muri dei corridoi. Una stanza che non ci credi che sia proprio lì, affrescata in ogni suo punto dalle lisce pareti fino al soffitto bombato, quasi a formare un gigantesco baule tatuato di affreschi ancora perfettamente conservati. Il fatto che i grandi portoni finestrati, impreziositi da una vetrata multicolore a raggiera nella parte superiore, siano rimasti chiusi e quasi sigillati ha permesso che questo piccolo tesoro artistico sia potuto rimanere conservato per fortuna. Le foto qui si scattano quasi da sole, come in ogni posto magico che visitiamo, e Jerry è già sporco fin dietro alle orecchie per trovare lo scatto perfetto per scolpire nella memoria digitale della fotocamera questo ritrovamento notevole. Click, e siamo già al piano di sopra. Qui un salone quasi gemello è l’unico altro elemento degno di nota, con un affresco a forma ogivale, quasi barocco, costellato di putti e angioletti che ci aleggia sopra le teste come un’aureola di pittura. Una finestra con un’imposta scardinata si apre di fronte a noi in quella stanza come un sorriso di denti rotti e ci affaccia verso quella che un tempo era stata una grande piscina, profonda anche 2 metri, che ora è soltanto una piccola giungla di arbusti seccati dal sole, ma è un magnifico colpo d’occhio che ci lascia lì di fronte a pensare per un attimo a quanta bellezza nascosta e sconosciuta contiene la nostra Italia. Questa è l’ultima immagine di Palazzo T., perché i sotterranei non erano altro che un deposito sgangherato di quel cantiere abbandonato di cui sopra. Soddisfatti torniamo verso l’automobile, graffiati e sudati, mentre il frinire assordante delle cicale ci saluta e rende omaggio agli ennesimi viandanti dell’abbandono che si sono spinti dentro quelle mura dimenticate dal tempo.

 

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