Villa Harvey - UrbexSquad
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DIFFICOLTA'
60%
CONDIZIONI STRUTTURALI
55%
GIUDIZIO PERSONALE
90%

VILLA HARVEY: LA VILLA CON DUE FACCE

 

Ogni cosa perfetta è composta da due parti che sono in simbiosi e si completano: Yin e Yang, la Mela di Platone, le facce della Luna, Alfa e Omega, Amore e Psiche, pane e Nutella.
Ogni esploratore o appassionato di urbex ha i propri gusti, come in ogni cosa. C’è chi è più attratto da edifici più decay, vuoti e semidistrutti in cui si piomba nello stato di abbandono più totale; e c’è chi invece preferisce i luoghi arredati, pieni di oggetti, mobili e vestiti, nei quali si può addirittura ancora respirare la vita passata di chi ci ha abitato in precedenza.
Villa Harvey ha un superpotere urbex: è entrambe le cose.

Villa Harvey prende il suo nome urbex dal temibile Harvey Dent detto Due Facce, uno dei supercattivi della Gotham City di Batman, ed è un battesimo del tutto personale, perché al momento della scoperta ci è risultato del tutto inevitabile il paragone, dato che l’intera villa appare come esattamente divisa a metà, quasi simmetricamente, da una sorta di meridiano di Greenwitch che fa anche da confine temporale tra le due facce appunto della villa.

La parte sinistra rispetto alla facciata principale è quella più vecchia e decadente. Già dall’esterno sono chiaramente visibili i segni del tempo e di cedimento della struttura. Cosa che all’interno è pienamente confermata data l’onnipresente presenza di parti crollate, calcinacci, oggetti quotidiani senza tempo sparsi a terra, oltre agli interventi di emergenza per puntellare la struttura sui muri portanti e sulla scalinata che porta al piano superiore.

Saliti al primo piano si trovano delle camere da letto, con anche una culla molto antica che vista nella penombra con i raggi del sole che filtrano dall’imposta di una finestra, dà quell’idea di silenzio e poesia che è rara da trovare altrove. Da lì si accede al grande terrazzo, completamente imbarcato e crollato in alcuni punti. Il passaggio è obbligato. E’ una lotta contro la gravità, ma anche contro se stessi, perché è una sfida alla delicatezza, quella delicatezza che è inevitabile, ma che questi posti meritano a prescindere, come la sensazione di tenere tra le mani una farfalla.
Una volta attraversato il terrazzo, si supera la porta di una camera che non ha più il pavimento, bensì un gigantesco cratere al suo centro. E’ il biglietto d’uscita dalla faccia decay di Harvey, dall’altra parte del terrazzo si cambia dimensione.

L’unico passaggio possibile per accedere all’altra ala di Harvey è scavalcare il cornicione, mettendo alla prova il proprio atletismo e le vertigini.
Ma ogni sforzo è pienamente ripagato. La faccia viva di Harvey è qualcosa di indescrivibile. Immediatamente si piomba in un luogo quasi moderno e molto più benestante rispetto all’altra parte dai tratti vagamente rurali. Ogni camera trasuda oggetti e storie. L’arredamento è molto pregiato, mobili finemente decorati ancora perfettamente conservati, libri, vestiti e poi gli affreschi, così belli ed emozionanti da lasciare a bocca aperta.
Storie personali di vita privata, ma anche Storia, quella con la S maiuscola, e il tutto si fonde inevitabilmente nella sinfonia del Tempo.
Questo perché nelle stanze di Villa Harvey si possono trovare ancora centinaia di libri, quaderni scritti a mano, documenti, fotografie, agende e lettere, tutto sparpagliato sul pavimento oppure raccolto in alcuni scatoloni anonimi. Si tratta di documenti storici ormai, lettere dal fronte delle Guerre Mondiali, storie vere di chi ha combattuto e di chi dall’altra parte ha aspettato speranzoso e ha anche sofferto le terribili conseguenze della perdita definitiva.
Entrare in contatto con certi ritrovamenti fa tremare le mani, e oltre all’eccitazione della scoperta, fa nascere un sentimento di protezione verso questo passato così fragile.

Scendendo le scale in legno si raggiunge il piano terra della villa, che è stata la parte che molto probabilmente è stata abitata per ultima. C’è la camera da letto, la spaziosa cucina vecchio stile con ancora tutti i suppellettili al loro posto unita alla sala da pranzo con tanto di tavolo e caminetto. E poi c’è il salone principale. Entrati lì ci veniva da piangere, ma di gioia, come quando si viene colpiti dalla sindrome di Stendhal. Lì dentro tutto sembrava essersi cristallizzato nel tempo. Il tavolo, i divanetti, la libreria con ancora tutti i libri in ordine, i centrotavola, l’orologio, i vasi coi fiori, le bellissime sedie imbottite e il grande camino con tutti i quadri alle pareti tutto sui toni del rosso. Infine sopra le nostre teste un soffitto affrescato da levare il respiro, purtroppo con molte crepe che lo condanneranno un giorno ahinoi non troppo lontano, e si porteranno dietro anche il magnifico lampadario.

Entrare in Villa Harvey è come entrare nel sogno proibito di un esploratore urbano, ma al contempo è come andare a visitare una nonna che è sempre in un’altra stanza e perciò non si vede mai. E’ semplicemente poesia.

 

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1 Comment
  • Ale

    Madonna che mare ?

    Maggio 18, 2020

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